Parliamo di
Ennio Morricone e immediatamente pensiamo ai grandi western di
Sergio Leone, con cui ebbe un sodalizio che ha pari tra pochi altri grandi
del passato, come quello di
Nino Rota con
Federico Fellini. Eppure la copiosa produzione del Grande Maestro è
impressionante: comprende oltre 400 colonne sonore, tra film e fiction
televisive (in alcuni periodi della sua vita la produzione era anche di una
ventina di colonne all’anno, nel 1968 ne scrisse ben 26!) di cui solo 30 scritte
per film western; oltre a circa 100 composizioni di musica classica e numerose
canzoni. Eppure è proprio per il cinema western che Morricone è meglio
conosciuto.
Diplomato in tromba, strumentazione per banda e in composizione (allievo di
Goffredo Petrassi) al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, ha cominciato a
scrivere musiche per film nel 1955, lavorando anche come arrangiatore di musica
leggera. Nel 1958 viene assunto come assistente musicale dalla RAI, ma si
licenzia il giorno stesso non appena apprende che gli sarà preclusa ogni
possibilità di carriera e che, per espressa volontà dell'allora direttore
generale Filiberto Guala, era assolutamente proibita la trasmissione delle
musiche composte da impiegati dell'ente radiotelevisivo pubblico. Se il suo
desiderio creativo e la fede nelle sue risorse non fossero stati
sufficientemente forti, la storia del cinema avrebbe perso un enorme contributo
artistico!
Ennio Morricone e Sergio Leone erano compagni di classe alle scuole elementari e
nel 1964 cominciarono a collaborare insieme. La prima colonna sonora che scrisse
per Leone fu per il film
Per un pugno di dollari, proseguendo per tutta la serie successiva di
spaghetti-western diretti dal regista romano:
Per qualche dollaro in più;
Il buono, il brutto, il cattivo;
C'era una volta il West;
Giù la testa;
Il mio nome è nessuno,
creando alcune tra le sue musiche più famose che hanno contribuito a far
diventare i film del Grande Regista Romano dei capolavori indiscussi. Una
collaborazione che durò fino all'ultimo film di Leone,
C'era una volta in America,
intensa e bellissima colonna sonora che esprime e narra l’epopea sui gangster
italo americani.
Elementi che contraddistinguono la musica per film di Morricone sono l’uso di
ambientazioni sonore realizzate anche con suoni naturali, rumori e onomatopee,
ma soprattutto con strumenti etnici (fiati e percussioni) uniti a orchestre e
cori, ritmica ed effetti di musica elettronica. Uno stile che ha solide radici
nel passato, soprattutto nel tardo impressionismo e nei primi linguaggi blues e
jazz, dove compositori dello spessore di
Maurice Ravel e
George Gershwin cominciavano a contaminare la propria musica “colta” con
elementi sonori prima descrittivi dei suoni della natura e poi, ispirandosi alla
musica etnica e popolare, a realizzare ambientazioni sonore e capolavori di
grande peso storico, che attingevano nuova linfa da questi nuovi stimoli,
aprendo così, a tutti gli effetti, le porte alla musica da film.
Ennio Morricone, Premio Oscar alla carriera 2007, è stato nominato per
I giorni del cielo,
Mission,
Gli Intoccabili di
Brian De Palma e
Bugsy.
Nel 2000 era giunta l'ultima nomination per
Malena di
Giuseppe Tornatore, con il quale aveva già collaborato per
Nuovo Cinema Paradiso.
Ma parliamo della musica ne Il Buono, il Brutto e il Cattivo, un autentico
manuale del cinema, diretto da Sergio Leone, con interpreti
Clint Eastwood (il Biondo),
Eli Wallach (Tuco) e
Lee Van Cleef (Sentenza).
Il motivo fondante è una
melodia composta da due note, divenuta molto famosa. Essa viene utilizzata
per i tre personaggi principali del film, con un differente strumento usato per
ognuno: flauto soprano per il Biondo, l'ocarina per Sentenza e la voce umana
(due voci maschili che gridano sovrapposte “AAAh” e “EEEH”, per imitare gli
ululati del coyote, animale simbolo per la ferocia del selvaggio West) per Tuco.
Questo motivo si ripropone durante tutto il film, senza però mai annoiare né
risultare scontato: Leone e Morricone lo ripropongono solo nei momenti
appropriati, rendendo memorabili le scene.
Sergio Leone ricordò che una parte delle musiche di Ennio Morricone fu scritta
prima dell'inizio delle riprese: per problemi di budget questo non era stato
possibile nei film precedenti. Secondo il regista questo era un grande passo
avanti: «Ne Il buono, il brutto, il cattivo, ogni personaggio aveva un suo
tema musicale. Era anche una sorta di strumento musicale che interpretava la mia
scrittura. In questo senso, giocavo molto con armonie e contrappunti... Mettevo
in scena la carta stradale di tre esseri che costituivano un amalgama di tutti i
difetti umani... Avevo bisogno di diversi crescendo e momenti spettacolari
capaci di conquistare l'attenzione e che tuttavia si accordassero con lo spirito
generale della storia. Per cui la musica assunse un'importanza centrale. Doveva
essere complessa, con umorismo e lirismo, tragedia e barocco. La musica
diventava anche un elemento della storia. Era il caso della sequenza del campo
di concentramento. Un'orchestra di prigionieri deve suonare per soffocare le
urla dei torturati. In altre parti del film, la musica accompagnava improvvisi
cambiamenti di ritmo, come quando la carrozza fantasma appare dal nulla in mezzo
al deserto. Volevo anche la musica diventasse a tratti un po' barocca. Non
volevo che si limitasse alla ripetizione del temi di ogni personaggio - una
sottolineatura. In ogni caso, feci suonare parte della musica sul set. Creava
l'atmosfera della scena. Le interpretazioni ne erano decisamente influenzate. A
Clint Eastwood questo metodo piaceva molto.»
La colonna sonora si combina perfettamente con il drammatico scenario della
guerra di secessione americana: assolutamente toccante la triste ballata
La storia di un soldato,
cantata e suonata dai prigionieri sudisti mentre Tuco viene torturato da
Sentenza. Le immagini dei prigionieri che fanno musica si alternano con quelle
del massacro di Tuco che, alla fine, rivela il nome del cimitero ove è nascosto
il denaro. Un crescendo di tensione e attesa si ha durante la scena del
cimitero, introdotta dalla memorabile Estasi dell'oro e il mexican
standoff finale viene accompagnato magistralmente da Il Triello: una
musica che arriva dritto al cuore, e fa parlare con gli sguardi i protagonisti,
nonostante ben 7 minuti senza alcun dialogo. Il silenzio improvviso, la ripresa
musicale con onomatopee, suoni acuti di campanelli, percussioni, e
l’interminabile attesa, riaccesa dal suono epico e risolutivo della tromba, cui
sussegue un crescendo ritmico dell’intera orchestra con percussioni e il coro di
sfondo, apparentemente immobili mentre le immagini a velocità crescente si
susseguono su particolari dei triellanti (sugli occhi sempre più tesi e sulle
mani e pistole) si interrompono improvvisamente sugli spari che portano alla
morte del Cattivo. Ma il film non finisce qui.
Guardiamo nel dettaglio almeno le ultime sequenze musicali, apoteosi del film.
L’estasi dell’oro:
la musica inizia con una linea melodica pacata, affidata al corno inglese,
dolce, ma resa incalzante, anche da una struttura ritmica affidata al pianoforte
e poi, man mano crescendo, alle percussioni e infine all’intera orchestra. Nel
crescendo generale la melodia passa alla voce di una donna. In un film i cui
soggetti sono prettamente maschili (tre delinquenti la cui vita, però, appare di
molto migliore e più “sensata” al confronto degli altri personaggi, immersi in
una guerra fratricida, dove il potere e il dominio sono l’unica meta possibile),
nulla come il canto di una donna sembra poter scaturire e respirare attraverso
ogni cosa: essa rappresenta il massimo desiderio maschile, che nel film è
rivolto solo ai beni materiali – l’oro – e che il canto addolcisce e lusinga
come una carezza e porta all’ebbrezza e alla totale perdita di coscienza davanti
alla cupidigia e al desiderio per la ricchezza. Funziona come una reminescenza
dell’infanzia, dove il canto materno, dolcissimo, è causa del primo grande amore
di ogni uomo, quello per la madre, ricordo ancestrale che addolcisce, come il
latte materno, e giustifica ogni cosa, nel caso di Tuco, la brama e il desiderio
per il denaro: in un cimitero immenso e desolato, che sarà l’arena, il teatro,
dell’ultimo epico atto, il triello finale, Tuco cerca un nome su una tomba, tra
migliaia, e la sua brama lo porta alla sua meta. “L’adolescente che uccide il
drago” e per questo ha in premio, come in ogni epica fiaba medioevale, la
pentola d’oro. Tutto questo è in potere alla musica che nel suo incalzare,
scemare improvvisamente e ricominciare in un nuovo slancio di tensione, fa
crescere l’emozione e genera un’attesa infinita, senza tuttavia lasciare spazio
a distrazione e stanchezza: la musica sostituisce la parola, riempie il vuoto
con la sua voce e, a tutti gli è effetti, assieme ai silenzi, rappresenta un
quarto personaggio principale. Ancor di più: un caratterista che però si cela
nell’invisibilità del suono e dipinge la personalità degli eroi, buoni, brutti o
cattivi che siano. Alla voce femminile, in dialogo seminascosto, si mescola,
talvolta in eco, talvolta sovrapposta, la medesima melodia affidata ai violini
(acutissimi) e alle trombe: difficile, stando attenti a questo particolare gioco
musicale, sottolineato da una ritmica travolgente in continuo crescendo, non
pensare al messaggio subliminale che porta con sé, come un suggerimento per ciò
che tutti, comunque attendono: se Tuco, il brutto, nella sua personalità
“chapliniana”, assolutamente comico, rozzo e, per molti aspetti, ingenuamente
infantile ci porta, inconsapevolmente, un sentimento di tenerezza, come per un
bimbo che ritrova, attraverso l’oro, un affetto materno che forse non ha avuto e
che la brama per la ricchezza sublima e compensa, gli altri due personaggi,
monolitici e monodimensionali (il buono e il cattivo) vivono di
una artificiale freddezza, come eroi senza tempo, senza passato e senza futuro,
granitici e stereotipati. Nel gioco a tre, quello della musica quanto quello dei
personaggi che la musica ha sublimemente colto, imitato e caratterizzato, i due
ruoli standard sono dati al Biondo e a Sentenza, in questa sequenza musicale
interpretati rispettivamente da violini “celestiali”, la cui intonazione acuta
suona come il giudizio di un dio che sta per compiersi, e dalle trombe, altro
giudizio, inteso come implacabile “destino”, appunto una “sentenza” che sta per
avvenire, opposta a quella dei violini e che suona come una condanna a morte. Il
canto di una donna, rafforzato da uno sfondo sonoro realizzato da ampie armonie
affidate al coro è l’elemento “libero”, dinamico, che si muove sfuggente tra la
struttura ritmica incalzante e gli echi dei violini e delle trombe
(sovrapponendosi ora agli uni, ora alle altre: chi starà con Tuco?). Così come
Tuco è il “jolly”, l’elemento “ritmico” (fantastiche e dinamiche tutte le sue
battute, imprevedibili e di comicità superlativa, cosa che lo rendono
indubbiamente il protagonista più straordinario del film), il ruolo “libero”,
colui che non può esser “inquadrato” in alcuna struttura e che si muove
fantasiosamente tra i vari personaggi, elemento in “movimento” tra i due “poli”
rappresentati dal “buono” e dal “cattivo”, così il canto, liberamente si esprime
sopra tutto in questo splendido e memorabile brano, momento appunto di ESTASI
che si compie, e non potrebbe esser altrimenti, con l’espressione allucinata e
“rapita” di Tuco quando trova la tomba del tesoro. Ma i violini e le trombe
suonano sottolineando l’arrivo del Biondo e di Sentenza. Una campana durante il
brano emette periodicamente il suo lancinante grido: è una campana che già
“suona a morto”, preludendo il destino che tra i tre sta per compiersi. Un altro
elemento straordinario è dato dall’uso di particolari armonie, affidate
all’orchestra ma evidenziate soprattutto dal coro: nulla, in un brano dalla
tonalità minore e scura, suona più elevato, “come l’apertura a una aspettativa
meravigliosa”, di un accordo maggiore che giunge inatteso; nulla dopo tale
accordo appare più drammatico di un ritorno repentino ad un tono minore: uccide
la speranza. Questa successione di “Tonica minore/Sottodominante maggiore (cui
ci si aspetterebbe seguire una Dominante, accordo che per antonomasia suona come
maggiore e porta, con la sua sensibile verso la Tonica) /ritorno alla Tonica
minore” è molto usato da Morricone in questo film e corrisponde ad una
improvvisa “apertura positiva”, rispetto allo sfondo cupo e mesto della tonalità
minore di provenienza, improvvisamente “deluso”, “umiliato”, “schiacciato” dalla
sua mancanza di risoluzione con un implacabile ritorno alla tonica minore.
Queste sonorità, che hanno fatto scuola non solo tra le colonne sonore nel
cinema ma anche in molte canzoni degli anni ’70, ci sono ormai entrate
facilmente nelle orecchie e le apprezziamo con tutto il loro carico di emotività
che oggi, abituati a contesti molto più dissonanti, bruschi e aggressivi,
portano ancora senza più eccessiva enfasi, ma per chi le ha vissute per la prima
volta al cinema in quegli anni hanno aperto davvero nuovi orizzonti sonori e
emozioni che, tutt’ora, restano ineguagliabili.
Il Triello:
la musica entra poco a poco sulla scena. Il crescendo è dato da un elemento
ritmico-melodico affidato alla chitarra su grandi armonie epiche realizzate
dagli archi, alternate all’a solo del corno che sembra non portare mai al
culmine della composizione, creando una grande attesa. Anche qui si susseguono
accordi maggiori “umiliati” da successivi accordi di tonica minore. Poi la
tensione aumenta con l’entrata del coro e un altro tema, affidato alla tromba,
accompagnata dall’intera orchestra, appare assolutamente fatale: è l’epilogo, lo
scontro finale. Gli archi svolgono un ritmo percussivo e, improvvisamente, tutto
tace: maggiore è la tensione, le inquadrature si fanno sempre più serrate, sui
volti e sulle armi. Poi rullano alcuni colpi di timpano, campanelli acuti
sembrano contrastare sereni ma rendono solo più agghiacciante l’attesa; il ritmo
che prima era della chitarra ora è eseguito dal pianoforte. Lunghe attese di
silenzio o tocchi appena accentati degli strumenti. Le inquadrature, sempre più
rapide, ora ritraggono sempre più gli occhi, le mani, le pistole, sempre più da
vicino, in sequenza sempre più rapida (che rimane una delle più grandi lezioni
di montaggio della storia del cinema). La musica segue questa tensione con
tocchi, accenni, suoni tesi, mai risolutivi. Il suono periodico di una campana
segna un epilogo imminente. Riprendono orchestra e coro ad accompagnare la
tromba. La tensione cresce all’infinito. Non una parola. Solo gli sguardi,
accompagnati dalla musica. Occhi presi da una tale vicinanza che pare di essere
al fianco degli interpreti, se non dentro di loro. Poi la musica è bruscamente
interrotta dagli spari.
Il finale,
l’abbandono da parte del Biondo di Tuco con il cappio al collo, diviso tra brama
dell’oro e disperazione per non perder la vita, è caratterizzato dal silenzio e
dall’attesa. Pochi elementi sonori (il grido di alcuni corvi e delle percussioni
martellanti e ossessive) sottolineano alcuni momenti di maggior tensione ma il
vero personaggio protagonista è il silenzio. La tensione creata è tale da
trattenere il respiro, da strozzare il cuore in gola, da non riuscire a
deglutire, quasi per paura che il minimo proprio movimento possa rompere
quell’incredibile equilibrio che tiene appeso Tuco. L’incredulità per il suo
abbandono e un certo senso di sgomento (e chi si ricorda che era un delinquente?
Sembra venga abbandonato un bambino nel deserto, inerme) pervade lo spettatore e
la musica è rarefatta come se le pietre del paesaggio improvvisamente avessero
smesso di parlare. Solo le grida di Tuco. In crescendo di disperazione; di
implorazione. Poi il Biondo imbraccia il fucile e…
Un film assolutamente imperdibile, magnificamente riuscito; una musica sempre
vitale e sinergica con le caratterizzazioni dei personaggi. Tutti i personaggi,
non solo quelli principali!
Concluderei riportando un’ultima frase di Ennio Morricone, una sottile critica
ai CRITICI, espressa qualche anno fa, esibendosi a Lecce: «Il continuo
storcere il naso dei critici musicali sulla musica del cinema è fuori luogo.
Prima o poi dovranno scrivere di questa musica se vorranno scrivere della musica
del Novecento e del nostro secolo. Le colonne sonore fanno parte del nostro
costume, della nostra civiltà, dei nostri bisogni, di tutto quello che avviene
oggi, anche dei nostri vizi, delle cose negative. E loro, i critici, dovranno
fare i conti con questa musica.»
Personalmente mi ritengo molto felice di fare i conti con questa (magnifica)
musica!
Dario Toffolon
Extra Moenia
I miei blog sono pubblicati anche nella pagina http://www.myspace.com/ilnidodegliangeli/blog
Una chicca nel film: l’ultimo urlo di Tuco che inveisce contro la madre del
Biondo è “rubato” dall’urlo da coyote, tema caratterizzante della colonna
sonora, trasformando quello che potrebbe essere un momento drammatico in un
quadretto di ilarità irresistibile, molto raffinato, nonostante tutto!
Curiosità
- Wallach riteneva Leone un grande regista, ma poco attento alle misure di sicurezza; l'attore stesso infatti rischiò seriamente la vita tre volte durante le riprese: in un'impiccagione, nel taglio delle manette sui binari e bevendo fuori scena acido al posto di soda da una bottiglia. Inoltre, durante le riprese nella scena del ponte sia Eastwood sia Wallach rischiarono di essere travolti dall'esplosione. Eastwood osservò: "Se io e Wallach ci fossimo trovati nel punto stabilito da Leone, con tutta probabilità ora non sarei qui a raccontarvelo." Fu proprio Eastwood che insistette per adottare una posizione più sicura, in tutta tranquillità. Questo bastò ad indurre Eastwood a consigliare a Wallach di "non fidarsi mai di nessuno in un film italiano”.
- La preparazione del triello finale e del cimitero ha richiesto una cura maniacale e un grande impegno da parte di scenografi italiani e spagnoli, coordinati dall'allora aiuto scenografo Carlo Leva. Leone, in una giornata di pausa dalle riprese, andò a vedere come procedevano i lavori e impressionato dalla precisione del lavoro di Leva, gli ricordò che nella scena finale si sarebbero dovute vedere delle ossa nella bara (lo scheletro di Arch Stanton) e che pretendeva ossa vere. Dopo un primo fallimento con una ricerca tra i medici e le autorità locali, Leva venne a sapere da un decoratore che a Madrid una donna affittava lo scheletro della madre deceduta da tempo, attrice in vita, che aveva lasciato disposizioni per usare il proprio corpo per "recitare anche dopo la morte". In auto, si recò a Madrid dove ritirò lo scheletro perfettamente conservato, esattamente quello che compare nella bara.
- Parlarsi sul set non era esattamente semplice: Leone parlava italiano e poco inglese, Wallach inglese e francese, i tecnici e comparse spagnolo... Addirittura Al Mulock, il pistolero con un braccio solo che cerca di uccidere Tuco nella vasca da bagno, in quella scena recita una sequenza di numeri! Poi il tutto fu ovviamente sistemato in fase di doppiaggio.
- Lee Van Cleef aveva una strana paura per i cavalli, e chiaramente non sapeva montare. Gli dettero un morellino docile e ammaestrato come una bestia da circo (se ci fate caso, in altre scene lo monta anche Wallach, altro stracittadino negato per la sella). Ma per farlo salire in groppa ci voleva una sedia e un uomo che reggesse l'animale. E dopo anche scendere, ovviamente, era analoga tragedia.
- Joe Dante avrebbe dovuto dirigere un sequel de "Il buono, il brutto, il cattivo", nel quale Tuco viene a sapere che il Biondo è stato ucciso ma ha rivelato a suo nipote il nascondiglio dei dollari. Leone però si oppose al progetto.
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